Avere un lavoro che ti permette di vestirti bene, di avere un titolo come “manager” o simili, e lavorare tutto il giorno — 6 o 7 giorni su 7, per più di 8 ore al giorno — non è vivere.
È essere una pedina del sistema.
Il tempo è il vero valore prezioso che abbiamo.
Non avere un lavoro e sentirsi una nullità è esattamente ciò che il sistema vuole.
Avere un impiego, un titolo di studio, o un’inquadratura lavorativa non definisce chi sei.
Eppure, moltissime persone, senza tutto questo, non si sentono parte della società, che è un prodotto del sistema stesso.
Quando vedo qualcuno in giacca e cravatta con 40 gradi, felice di esserlo, mi fa tenerezza… perché non è libero.
Crede di esserlo.
E, peggio ancora, crede di essere migliore degli altri.
Paradossalmente, chi lavora al McDonald’s, ai miei occhi, è più libero di chi lavora tutto il giorno in abiti eleganti: sicuramente non mette al primo posto “l’impresa McDonald’s”, né si identifica completamente con il suo ruolo.
Molti, invece, si fondono con ciò che vendono, vittime dell’indottrinamento aziendale che ti fa sentire orgoglioso di servire l’azienda, come fosse una missione personale.
Lavorare in fabbrica, poi, è spesso una forma di alienazione profonda: devi diventare un robot, e ben presto verrai rimpiazzato da robot veri.
Chi è fuori dal sistema spesso svolge attività che non sono riconosciute come “lavoro”, ma che generano comunque un guadagno.
Io, per esempio, ho un buon lavoro — e pago le tasse — ma per lo Stato risulto “non occupata”.
E questa è la mia fortuna: non essere cresciuta in una famiglia indottrinata, che aveva uno stile di vita non conforme al sistema.
Il fatto che io guadagni, ma non abbia titoli né padroni, crea fastidio e spesso invidia.
Perché “non ho studiato come tanti”, eppure so scrivere, parlare, argomentare e relazionarmi molto meglio di chi ha una laurea o un impiego riconosciuto.
Chi vive dentro il sistema si presenta sempre con le classiche domande di identificazione:
Dove vivi?
Che lavoro fai?
Che titolo hai?
Tutte domande che servono solo a inquadrare l’altro economicamente e socialmente.
E se percepiscono che sei “superiore” a loro — per guadagno, libertà o lucidità — molti iniziano a inventare o esagerare il proprio “status”.
Conversazioni penose, che rivelano molto di chi pone certe domande.
Io, invece, non chiedo mai nulla, perché voglio conoscere davvero la persona che ho davanti.
E le domande “di rito” che mi vengono rivolte, mi dicono già abbastanza.