ONE MORE TIME – Le Bestie di Satana

Molti di voi non sanno che, anni fa, provai a iscrivermi a un corso buddista che si teneva all’interno delle carceri.
Era un percorso profondo, pensato per lavorare sulla comprensione e sulla compassione a contatto diretto con persone che avevano compiuto i gesti più bui.
Purtroppo, non fui accettata, nonostante il corso fosse a pagamento e anche piuttosto costoso.
Il motivo? Era richiesto un percorso monastico di base, che io non avevo.

È facile provare comprensione verso qualcuno che “non ti ha fatto del male direttamente”.
Ciò che invece faccio fatica ad accettare è quando una persona non ammette di aver sbagliato, non riconosce di aver fatto del male e non chiede scusa.
Mi sono accorta che, nella realtà, questo accade molto raramente.

So che, per una praticante spirituale, questo discorso può sembrare banale, ma per me è un grande scoglio.
Io trovo naturale chiedere scusa quando sbaglio.
Riesco a riconoscere con lucidità se ho fatto del male e spesso mi sono messa in discussione anche quando non avevo colpe, ma mi era stato fatto credere di averle.

Chiedere scusa sinceramente fa bene a chi abbiamo ferito, ma anche a noi stessi.

Studiando le persone, ho capito che la mente umana è molto complessa.
Più una persona è inconsapevole, più la sua mente è contorta e tende a manipolare mentalmente i fatti a proprio favore.
Comprendo questo meccanismo — purtroppo molto diffuso — ma preferisco mantenere le distanze da chi si comporta così, perché continuerà a fare del male, anche senza rendersene conto.

Esistono però anche persone che, dopo aver sbagliato moltissimo, hanno poi compreso profondamente ciò che hanno fatto.

Vi consiglio di ascoltare la storia di Mario, uno dei membri della banda delle Bestie di Satana, in particolare la seconda parte del suo racconto.
È la testimonianza di una persona che è risalita dagli inferi, e proprio da persone come lui si può imparare moltissimo.

Conosco bene quegli anni in cui Mario era adolescente.
Non ho mai amato i “paninari”, ma mi piaceva vestirmi di nero, con abiti particolari che compravo in negozi di nicchia.
Amavo gli anfibi e il chiodo, ma — fortunatamente, essendo Uraniana — non ho mai sopportato l’omologazione, né ho mai desiderato far parte di un gruppo.

Ero etichettata, ma non appartenevo a nulla.

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