Le bocciature non sono affatto un dramma… anzi. Possono essere un dispiacere utile, che serve per cambiare.
Io fui bocciata in terza media, non tanto per i voti, ma per la condotta.
A mio padre non importava se andassi bene a scuola o meno, perciò non si è mai interessato.
Mia madre, ancor meno.
Mio padre ripeteva continuamente che io non avevo bisogno né di studiare né di lavorare. Personalmente, non gli ho mai creduto. Inoltre, il suo continuo ripetere che “non avevo bisogno di lavorare” era un modo per tenermi legata a lui e potermi sgridare a piacimento.
Fino ai 18 anni serviva il permesso dei genitori per lavorare, così attesi la maggiore età e andai a lavorare.
Torniamo alla bocciatura.
Per me fu un toccasana, perché cambiai totalmente amicizie, soprattutto quella con la “compare” delle medie, che invece fu promossa e andò alle superiori, dove venne espulsa. Era lei, infatti, che influenzava me, e non il contrario.
Fu una grande delusione perderla, ma trovai nuove amicizie e, soprattutto, cambiai comportamento.
Quella bocciatura fu per me un passaggio importantissimo.
Le bocciature, così come i brutti voti, possono essere molto educativi per i ragazzi e contribuire a rafforzare il carattere.
Vorrei precisare che fui bocciata per il comportamento, perché ai miei tempi — parlo degli anni ’80 — non esisteva l’attenzione al bullismo che c’è oggi.
Fui etichettata come “una bulla” solo perché avevo reagito ai veri bulli.
Poi si sparse la voce e venivano a stuzzicarmi per capire “chi era il capo” — cosa a cui non ero minimamente interessata — anche se, alla fine, lo diventai senza volerlo.
La mia scuola aveva tantissime sezioni, e io ero stata etichettata come “la dura”, solo perché non sono mai stata una codarda. Se venivo attaccata, rispondevo.
Poi erano gli stessi bulli a piangere, chiamando maestre e genitori, cosa che a me non faceva né caldo né freddo, perché mio padre, nel bene o nel male, “mi dava sempre ragione”.
Quando rifeci la terza media, non c’erano più gli stessi soggetti.
Nessuno mi infastidiva, anche se, ancora, dicevano che ero “il capo”…