GAZA

È da parecchi giorni che sento il bisogno di scrivere un post su ciò che sta accadendo a Gaza…

Inizio col dire che le notizie giuste a noi non arrivano. Personalmente credevo che la situazione a Gaza fosse simile a quella in Ucraina, dove – volendo – si può fuggire. Ma ho scoperto che a Gaza non è affatto così:
gli abitanti non possono andare via.
È come se fossero chiusi in una gabbia, mentre qualcuno si diverte a mutilare e uccidere persone inermi e indifese, lasciandole senza cibo, acqua, assistenza medica.
È una strage.
E tutto il mondo osserva, fa poco o nulla per fermarla.
E questo, prima o poi, avrà conseguenze anche su di noi.

Ci ho messo alcuni giorni a scrivere queste parole perché ho voluto fare anche una ricerca storica sulla questione palestinese.
Perché ciò che sta accadendo, da un punto di vista spirituale, ha un nesso karmico.
Storicamente, la leadership palestinese – tra il 1941 e il 1945 – si alleò con le SS (come accadde anche in Ucraina).

Ciò che facciamo agli altri, inevitabilmente, torna a noi.
È legge spirituale. È energia.
È verità che attraversa il tempo.

La storia dell’umanità è fatta di dolori che si ripetono,
perché non impariamo.
Perché continuiamo a infliggere agli altri
ciò che non vorremmo mai per noi.

A Gaza si consuma una tragedia.
Uomini, donne, bambini, famiglie: cancellati.
Non importa da quale parte della Storia stiamo.
La sofferenza di un popolo non è mai giustificabile.

E qui si apre una domanda karmica potente:
può chi ha subito l’orrore dell’Olocausto perpetuare sofferenza oggi?
Può la memoria di un dolore sacro diventare giustificazione per infliggerne altro?

Il Karma non ha nazionalità.
Non distingue tra religioni, eserciti o bandiere.
Il Karma osserva la coscienza delle azioni.
E restituisce. Sempre.

Non è punizione: è eco.
È la conseguenza naturale di ciò che seminiamo, come umanità.

Se opprimiamo, saremo oppressi.
Se uccidiamo, raccoglieremo paura.
Se chiudiamo il cuore, vivremo in mondi chiusi.

La Terra ci sta chiedendo consapevolezza.

Gaza è il simbolo di ciò che accade quando il trauma non viene trasformato, ma trasmesso.
Quando il dolore diventa vendetta, anziché comprensione.

Solo interrompendo questo ciclo,
solo ricordando che l’altro siamo noi,
potremo creare un mondo diverso.

Che ogni lacrima versata diventi seme di compassione,
e non di vendetta.
Che il ricordo non sia strumento di potere,
ma voce per dire: mai più.

Ma purtroppo ciò che oggi si sta compiendo sotto gli occhi del mondo ricadrà su di noi.

Per interrompere un karma negativo, bisogna rispondere in modo diverso.
Perché il modo in cui affronti o rispondi a un problema è karmicamente determinante.

Questo strazio disumano avrà ripercussioni enormi su tutti.
Un esempio?
Giorni fa, su un aereo, un uomo musulmano ha minacciato di avere una bomba e di voler fare una strage. È stato fermato. Ma questo è solo l’inizio.

Ciò che accade a Gaza tornerà a noi sotto forma di terrorismo e odio.
È inevitabile.
Già oggi, gli israeliani vengono cacciati da alberghi e ristoranti in diverse città del mondo.
La violenza genera altra violenza.
Bisognerebbe interrompere l’eco karmico.
Ma ciò appare sempre più improbabile.

Inoltre, questo conflitto – o meglio genocidio – ha un fondamento religioso.
Ciò che sta accadendo viene perpetrato perché scritto nei testi sacri.
E questo dovrebbe farci riflettere:
quel Dio non è il Dio che pensiamo sia.
Come dice Mauro Biglino, la Bibbia non parla di Dio, ma di altri esseri.

Il conflitto tra Israele e Palestina non è solo politico.
È più profondo: è religioso, identitario, esistenziale.
E come ogni guerra che tocca il sacro, è pericolosa.

Perché quando si combatte “in nome di Dio”,
si smette di ascoltare la voce di Dio,
quella che dice: non uccidere.

Questa non è più solo una guerra tra due popoli.
È diventata una ferita ereditata nei cuori.

Ogni bambino che nasce sotto le bombe
cresce già col nemico negli occhi.
Ogni madre che perde un figlio
non potrà più vedere l’altro lato come umano.

Per questo nessun accordo tecnico potrà bastare.

Serve qualcosa di più:
un miracolo di coscienza collettiva.

Serve un intervento internazionale, sì,
ma non armato,
non schierato,
non ideologico.

Serve una presenza imparziale, compassionevole,
che dica: basta uccidere in nome del passato.
Cominciamo a costruire il futuro.

Perché se non lo faremo,
questa guerra non finirà nemmeno quando finiranno le armi.
Sopravvivrà nei cuori dei nipoti,
nelle paure, nel rancore,
nel vuoto lasciato da una giustizia mai arrivata.

Questa guerra è radicata in un conflitto identitario profondo, che supera il presente.

E sì:
se l’Occidente non interverrà con imparzialità e vera umanità,
questa ferita continuerà a trasmettersi come un trauma collettivo,
di generazione in generazione.

Per israeliani.
Per palestinesi.
E per tutto il mondo:
per chi ha guardato, e per chi è complice.

Lascia un commento