Faccio una premessa importante:
perdere i genitori nell’infanzia, nell’adolescenza oppure quando si è già adulti – tra i 40, 50, 60 anni – è “normale”, fisiologico. È ben diverso quando accade in un’età in cui sarebbe naturale averli ancora accanto.
Personalmente sono cresciuta senza la presenza di mia mamma o di una figura femminile di riferimento; poi ho perso i genitori in giovane età, tra i 24 e i 27 anni.
Mio nonno materno morì tre mesi prima di mia madre, perciò in quel periodo persi tutte le persone per me importanti: tutta la mia famiglia.
Sono passata dall’avere la responsabilità solo di me stessa ad avere quella di mia figlia, nata proprio in quegli anni, e di mio zio sordomuto di 73 anni, fratello di mio nonno, con l’aggiunta di problemi economici dovuti a tre successioni e a case ereditate da ristrutturare completamente: tetti, solai, muri portanti e tutto il resto. Cause legali e beghe varie di cui, mio malgrado, sono diventata esperta.
Ho sentito molto la mancanza della mia famiglia e, anche se era un uomo anaffettivo, ho avvertito soprattutto quella di mio padre, unico vero punto di riferimento.
Durante la sua malattia – avevo 25 anni – i ruoli si invertirono: io ero il suo sostegno, la roccia su cui potersi appoggiare. Ha vissuto con me ed è morto con me.
Mia madre, invece, morì prima, improvvisamente per un infarto polmonare a 48 anni.
Prima di andarsene, mio padre mi disse: «Mi dispiace che ti lascio sola. Mi dispiace di lasciare sola te e Martina». In punto di morte emerge sempre la verità.
Racconto la mia esperienza per far capire che so bene cosa significa perdere i propri cari e posso parlare per esperienza diretta, anche sulla guarigione da quella sofferenza.
Oggi siamo nel 2025 e, fino a 7-8 anni fa, sentivo profondamente la loro mancanza.
Non avere nessuno al mondo significa essere orfani: non hai parenti e, qualunque cosa ti accada, devi arrangiarti.
È diverso dal non parlarsi con un genitore ancora vivo: la morte non dà alcuna possibilità di riavvicinamento.
Questa differenza la comprende solo chi ha vissuto entrambe le situazioni.
Se non si inizia un lavoro serio su se stessi – psicologico e animico – questo tipo di sofferenza non passerà mai.
Finché non si guariscono quelle ferite, la mancanza rimane “a vita” e riecheggia karmicamente in tutti i rapporti che abbiamo:
d’amore,
di amicizia,
di lavoro (ed economici).
Accade anche se crediamo che la sofferenza non ci sia più, perché tutte le ferite genitoriali restano nell’inconscio e si riflettono su ogni relazione.
Serve quindi un lavoro profondo che faccia emergere quella sofferenza, per vederla, comprenderla ed elaborarla.
Senza questo processo la ferita rimane e l’irrisolto lo ritroveremo ovunque, in ogni ambito della nostra vita.
Se state attraversando un periodo molto doloroso, probabilmente il motivo è proprio questo: c’è molto, interiormente, da vedere ed elaborare.
La serenità e la felicità sono nascoste sotto quelle ferite mai affrontate.
Da molti anni lavoro su me stessa e ho “integrato” in me i miei genitori: li ho visti per ciò che erano.
Ho sofferto perché ho capito di non essere stata amata tanto quanto credevo e ho compreso che io li ho amati incondizionatamente, molto più di quanto loro abbiano amato me.
I nostri genitori fanno del loro meglio secondo il loro grado di consapevolezza e di amore: senza consapevolezza è difficile amare in modo incondizionato.
Penso spesso ai miei genitori, ma grazie al lavoro interiore non sento più alcuna mancanza.
Dopo aver compreso il rapporto con loro, dopo aver capito che mi hanno creato molti problemi, oggi – finalmente adulta (perché si diventa adulti solo dopo aver guarito le ferite genitoriali) – vedo chiaramente le loro grandi difficoltà e preferisco restare come sono.
Se domani li trovassi sulla porta, credo che non sarei felice di riaverli con me: anzi, sicuramente non li vorrei. Erano persone fortemente problematiche.
La mia era una famiglia particolare: i miei genitori erano coloro che mi davano problemi, facendomi sentire in colpa perché faticavano a starmi dietro. Per loro ero io “il problema”.
Spesso i figli hanno bisogno di credere che i genitori li amino o li abbiano amati; per questo sentiamo la mancanza di quell’affetto.
Io, invece, ho scoperto che quell’amore che pensavo di ricevere non c’era, almeno non come credevo.
Diventare genitori di noi stessi significa diventare adulti e vedere la realtà per com’è.
Così si guarisce da quella mancanza, ma solo chi vuole davvero smettere di soffrire e ha il coraggio di guardare dentro di sé – e alla verità sul proprio rapporto con i genitori – può farlo.