IL BISOGNO DI APPARTENENZA

Molte persone hanno un bisogno inconscio di appartenenza che affonda le radici nella propria famiglia.
Spesso si torna nei luoghi in cui si è nati, cresciuti, o dove i ricordi ci riportano.Mio padre, ad esempio, pur essendosi trasferito a Bologna a sei anni, tornava sempre a Baigno, il paesino di montagna dove era nato e dove trascorreva le estati.
Da adulto, ogni fine settimana e durante le vacanze, ritornava lì.
È un’abitudine molto diffusa.
Una persona realmente libera, davvero emancipata dal proprio nucleo di origine, non ha bisogno di tornare dove si sente riconosciuta.
Mio padre era un uomo solo, e tornava al paese perché per lui rappresentava “la famiglia”.
Chi si sente solo spesso cerca un gruppo, qualcuno che lo accolga con entusiasmo, che gli faccia festa quando arriva.La stessa dinamica si ripete nei gruppi spirituali, che diventano un surrogato della famiglia.
Chi è davvero libero, invece, fa della solitudine la propria casa, la propria famiglia, e non tradisce la propria integrità interiore per appartenere a un gruppo.
Sono tornata nel mio passato solo per comprendere le connessioni, per osservarmi, per il tempo necessario, e poi andarmene.
Quando ci sono degli insoluti, esorto sempre a tornare dove o da chi resta ancora nei vostri pensieri: gli insoluti generano infelicità nel presente, perché si crede di aver perso qualcosa o qualcuno.
In realtà, ciò che fu — o ciò che avrebbe potuto essere — non tornerà più.Incontrare persone del mio passato mi ha permesso di risolvere moltissimi insoluti, e so che è “curativo”.
Ma solo se si possiedono gli strumenti interiori adeguati: altrimenti è facilissimo perdersi invece di ritrovarsi.
Chi ha bisogni inconsci e torna nel passato trovando il conforto che cercava, spesso dimentica il vero motivo per cui era tornato.
Il karma addormenta le coscienze: se il desiderio di consapevolezza non è autentico e ben radicato, si viene travolti.
Così funziona l’ottava di Gurdjieff:
il gruppo di praticanti avanzati è utile quando si cade in una “nota ottava”, che ho visto e riconosco perfettamente.
Ho tirato fuori persone dal “vuoto dell’ottava”.Spesso un desiderio avverato, un vecchio amore ritrovato, è un’ottava.
E il karma tenterà molte volte di farvi cadere, finché non sarete ben ancorati.
Se non lo siete, cadrete.
Con me il karma non prova più a farmi cadere, perché entro consapevolmente nelle situazioni e ci “cado” volontariamente per vedere meglio me stessa e tornare più centrata di prima.
Alcuni di voi hanno ricordi di vecchi amori insoluti: quella situazione è importante perché o la chiuderete definitivamente, oppure ci cadrete completamente.
Il mio consiglio è di andare a risolvere, perché siamo qui per evolvere, non per ristagnare.
Non scappo dal passato e non ho bisogno di appartenere.
Da buona parte del passato sono sparita perché non servivano spiegazioni: sparire è stato, egoisticamente, il modo migliore per me.
Ovviamente non avevo creato affezione, oppure mi ero già allontanata gradualmente, così da poter sparire senza creare dolore.Lo specifico perché un praticante ha delle responsabilità:
se crea relazioni solide, non può sparire, altrimenti quelle situazioni torneranno nel futuro, intralciando il cammino verso la consapevolezza.
E soprattutto un praticante non deve creare dolore: sente il dolore dell’altro e non lo provoca, se non quello strettamente necessario.
Molti di coloro che hanno grandi problemi nella loro vita hanno creato dispiaceri ad altri, e il karma — che sia bene o male — restituisce sempre ciò che si dona.
Il Buddha dice che un praticante non è così sciocco da procurarsi sofferenza da solo.
Tornare nel passato può essere utile per capire sé stessi, ciò che ci tiene ancorati e ciò che ci fa soffrire ancora.
Io ho esplorato il mio passato esclusivamente per guarire e per cambiare il mio futuro, perché il futuro ha radici nel passato.
Mai avrei immaginato di arrivare fin qui e diventare ciò che sono oggi.
Se la via che state percorrendo è valida, dopo anni,come minimo, dovreste stare bene interiormente.
Una via che non è tale vi farà rimanere in un limbo, sprecando tempo prezioso, soprattutto immersi nella sofferenza.
Per smettere di appartenere, deve già esserci una base.
Io già faticavo a stare in gruppi con certe dinamiche.
Nei paesini ci sono dinamiche semplici, basate su istinti primari, che non fanno per me.
Quando andai nel paese di mio padre, alcuni ci provarono subito, credendo che fossi lì per i motivi per cui tornano tutti: solitudine, bisogno di appartenenza, mancanza di alternative, disperazione.
Personalmente non ho un passato da cui tornare né che mi invogli a ritornare.
Nonostante l’accoglienza, non ho visto nulla di adatto a me.
Dove c’è stagnazione e inconsapevolezza, c’è sofferenza.
L’opposto è consapevolezza.

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