Ieri era il compleanno di mio padre e ho riflettuto su quanto gli somiglio.
Caratterialmente assomiglio molto a mio padre e l’esempio che in questo momento calza a pennello è la scala mobile: oggi io sono come lui da giovane, e lui — prima di morire — assomigliava più a me quando ero giovane.
È come se ci fossimo incrociati nella scala mobile della vita: lui scendeva, io salivo, e ci siamo compresi proprio nel punto dell’incrocio.
Nella morte ci siamo salutati.
Oggi comprendo mio padre nelle relazioni, perché solo da pochi anni mi accorgo di somigliargli profondamente.
La spiritualità mi ha aiutata a diventare la sua parte migliore: senza questo lavoro interiore, oggi sarei stata come lui, o peggio.
Lavorare su sé stessi significa osservare e trasformare le parti interiori che creano problemi.
Così si riconoscono le somiglianze genitoriali: non bisogna annullare un lato caratteriale, ma ripulirlo, tenendo ciò che è buono e lasciando andare ciò che non serve.
Mio padre aveva qualità interiori essenziali in un percorso evolutivo: coraggio, forza interiore, caparbietà nel trovare soluzioni.
Gran parte delle mie qualità le devo a lui, con cui sono anche vissuta.
La mia tenacia viene da lui.
Ma mio padre ha usato male le sue qualità, e questo lo ha portato a soffrire molto.
Essendo simile, nel riconoscermi ho potuto evitare i suoi stessi errori: questo è lavorare su sé stessi.
Anche se mio padre mi ha fatto soffrire, e ieri non sono andata a fargli gli auguri di compleanno, gli devo ciò che sono: la mia forza, la capacità di raggiungere i miei successi personali.
Senza quelle sofferenze e senza la sua eredità interiore, oggi non sarei così.
La via del risveglio ti fa riconoscere ciò che è buono e utile, e ti mostra che certi risultati non sarebbero arrivati senza aver attraversato quel tipo di dolore.
Mio padre, prima di morire, capì che le cose davvero importanti sono poche e si trovano nei rapporti stretti, nella famiglia.
Io questo l’avevo già compreso da giovane.
Oggi ho bisogno di libertà, come lui da giovane, probabilmente per le stesse motivazioni.
Relazioni se ne trovano tante, ma la qualità è un’altra cosa: spesso sono solo pattume.Pensare a una relazione fissa mi dà ansia: comporta responsabilità aggiuntive, e oggi le persone portano più problemi che valore aggiunto.
All’inizio tutti si mostrano nella loro parte migliore, poi emergono difetti e difficoltà che rendono la relazione farraginosa e pesante.
Mio padre vedeva le relazioni allo stesso modo: dopo mia madre non ha più voluto nessuno in casa, né relazioni che comportassero responsabilità reciproche — spesso anche economiche.Oggi, come lui, non voglio responsabilità ulteriori oltre le mie.
Questo non esclude avere relazioni, ma non voglio caricare sulle mie spalle i problemi altrui.
Molti uomini hanno figli piccoli, ex che chiedono denaro, problemi legali, pochi soldi, e una lunga scia di complicazioni.
Io non ho nessuno di questi problemi, e nella condivisione verrebbe richiesto di farmi carico dei loro.
Mi spiace, ma non ci sto.
Come non ci sto a condividere casa mia.
Molti credono che non sacrificarsi per un’altra persona significhi non essere spirituali.
È l’opposto: la spiritualità ti insegna a non diventare il salvatore di nessuno.
I problemi altrui non sono responsabilità nostra: ognuno deve gestire i propri, altrimenti non imparerà mai.
Risolvere problemi altrui può generare karma negativo, perché si toglie all’altro la possibilità di crescere interiormente.
Scegliere qualcuno non implica prendersi carico dei suoi problemi.
La spiritualità ti rende chiaro: amare sé stessi significa smettere di immolarsi per gli altri.
Non nasci per sacrificarti, né per diventare il genitore del tuo compagno.
Quando guarisci interiormente, vedi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e eviti chi ti porta solo problemi.
Oggi è difficile trovare qualcuno che non abbia questioni irrisolte che pesano sulla sua vita e che cerca qualcuno che se ne faccia carico.
Oggi comprendo mio padre nel non volere relazioni fisse: il soffocamento che sentiva era probabilmente dovuto alla troppa responsabilità derivata da un rapporto sbagliato.
Io provo la stessa cosa: le persone cercano spesso qualcuno su cui aggrapparsi.Essere spirituali non significa sacrificarsi per l’altro.
E poi l’altro… chi?
Una persona appena conosciuta?
Assolutamente no.Alla mia età non me la sento più di assumermi responsabilità di vite altrui e dei loro errori.
Non mi va.
Eppure sono una persona spirituale.
Gesù ci ha insegnato ad amare l’altro come noi stessi, non più di noi stessi.
Se non sai amare te stesso, non sai amare nessuno.
Io non inganno nessuno: sono coerente con me stessa e sincera con gli altri.
Non mi va di sacrificarmi per un’altra persona.
Potrei avere voglia di dare di più solo dopo anni di conoscenza.
Ma le persone hanno fretta di diventare “la più importante”, e questa pretesa mi soffoca e la stessa cosa accadeva a mio padre.